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Teoria e pratica nella determinazione dei tributi: ipotesi per un circolo virtuoso

Determinazione dei tributi e indebolimento del pensiero
Nell’occuparci dei vari temi esposti su Dialoghi, e sui siti internet collegati alla rivista, avvertiamo un filo conduttore, secondo cui il ragionamento, nella determinazione dei tributi, sta perdendo terreno. Il pensiero sembra essere sostituito da una cortina fumogena di giri di parole, di stereotipi, di frasi di circostanza, né vere né false, sembra soffocare il pensiero. «Parlare difficile» su questioni semplici disorienta gli interlocutori e fa apparire complicati, pertanto «scientifici», in una somiglianza solo esteriore a fisici, chimici, biologi ed altri cultori delle «scienze dure». Le istituzioni, a partire dalla politica, non hanno alcuna responsabilità formativo-cognitiva, in quanto svolgono funzioni di governo, non funzioni pedagogiche. Inviamo anche agli altri scritti sulle ragioni metodologiche generali per cui l’accademia universitaria del diritto tributario non è riuscita a svolgere questo compito di sistemazione teorica, finendo a parlare per «riferimenti» ai «materiali normativi». Richiamo solo le mie ipotesi sulla ragione generale. Cioè quella secondo cui il diritto, ispirandosi alle scienze fisiche nel darsi «un oggetto», ha guardato troppo ai «materiali normativi» anziché alle istituzioni che li redigono. In questo modo la tradizione plurisecolare del diritto, come tecnica forense, ha perso l’occasione di trasformarsi in scienza sociale, dedicata allo studio delle istituzioni, e delle attività pubbliche, come gli economisti si dedicavano allo studio delle aziende e delle attività private di scambio. Per questo i giuristi non sono riusciti a passare dall’interlocuzione tecnica all’interlocuzione sociale, lasciando quindi senza punti di riferimento teorici, senza spiegazioni d’insieme, i settori più complessi, che sfuggono al bagaglio culturale generale, come quello tributario. Dopo aver richiamato queste diagnosi, dirigiamoci, in una rivista per operatori del settore tributario, sulle ricadute che questo ha avuto sulla professione e sul contributo che essa può offrire per migliorare la situazione, nel circolo virtuoso di cui dicevo nel titolo.
 
Gli inconvenienti professionali della  mancanza di spiegazioni di insieme della  determinazione dei tributi
La mancanza di spiegazioni sociali della determinazione dei tributi, con tutte le sue sfumature tra determinazione contabile (attraverso le aziende) e valutativa, attraverso gli Uffici tributari, ha pesanti riflessi sull’attività professionale. La mancanza di una serena spiegazione sociale d’insieme della determinazione dei tributi rende difficile il rapporto con gli Uffici tributari, che tendono ad assumersi sempre meno rischi; le diffidenze, le drammatizzazioni, gli appelli alle crociate antievasione, le recriminazioni contro il Fisco vessatorio, inducono le istituzioni ad assumersi sempre meno responsabilità, con uno scaricabarile tra uffici diversi, ad esempio tra ispettori e ufficio accertatore, tra uffici e giudici, tra Guardia di Finanza, Agenzia ed Equitalia; è una proliferazione di uffici, ciascuno dei quali vede prevalentemente il proprio segmento di attività, tendendo a liberarsi dei problemi difficili senza risolverli, ma utilizzando legalismi e formalismi, con una macroscopica utilizzazione del giudice come valvola di sfogo per non decidere. Gli adempimenti tendono così ad autoprodursi, complicarsi ed autoalimentarsi, richiedendo spesso al professionista un impegno sproporzionato alle dimensioni economiche degli incarichi assunti. Sono infatti sempre più ristrette le nicchie professionali, che si rallegrano della confusione, per il lavoro ben retribuito, benché inutile, che vi si collega. Il professionista è infatti sempre più spesso esposto a una varietà di questioni urgenti, logoranti, e poco remunerate rispetto allo stress; il rinvio delle pratiche al giudice ha infatti un «costo fisso», in termini di energie, che spesso il valore della pratica non assorbe, ma il problema è molto più generale. Raramente, soprattutto per i piccoli contribuenti, l’impegno del professionista su lavori incerti e logoranti è adeguatamente remunerato. Il compenso è infatti sostanzialmente indipendente dall’ammontare delle cifre coinvolte, in quanto anche ammontari trascurabili innescano problemi giuridici molto sofisticati. Questo rende antieconomica una fetta ampia di attività professionale, che solo fino a un certo punto può essere gestita dimensionando la qualità e l’impegno nel lavoro rispetto a quanto il contribuente può pagare. Anche lavori verso aziende strutturate diventano antieconomici, richiedendo tempi ed energie sempre proporzionalmente eccessive rispetto al compenso sostenibile dal cliente, visto anche l’impoverimento dell’economia reale. E’ illusorio, da parte dei professionisti, sperare in una inversione di tendenza dall’alto, senza una spiegazione sociale d’insieme della determinazione dei tributi. Il rimedio non viene dalla bacchetta magica del legislatore, o meglio può anche provenirvi, ma nella misura in cui la pubblica opinione acquisisce consapevolezza della determinazione dei tributi come funzione pubblica, da coordinare con la tassazione ragionieristica attraverso le organizzazioni aziendali ormai ben nota ai lettori di Dialoghi. Solo su questa premessa l’attività professionale può essere socialmente valorizzata come cerniera tra contribuenti e Uffici tributari, soprattutto dove manca l’intermediazione delle organizzazioni aziendali.
 
Il circolo  virtuoso tra  pratica e teoria
Di per sé, l’attività professionale in un determinato settore non contribuisce alla spiegazione sociale d’insieme del medesimo. Neppure i professionisti, come le istituzioni, hanno obiettivi formativi, nel senso che la loro finalità non è quella, teorica, di capire, sistematizzare e spiegare. La loro finalità e il loro legittimo obiettivo è quello pratico di prestare servizi a pagamento. Nessuna pratica professionale dà informazioni ed esperienze abbastanza coordinate e organizzate da raggiungere un obiettivo teorico, come la spiegazione sociale della determinazione dei tributi. L’obiettivo dei professionisti è infatti il contatto coi clienti, e la gestione dei medesimi, con la «raccolta del mandato», la valorizzazione tattica del risultato e comunque della propria opera, di cui fa parte anche la relazione «emotiva» col cliente; detta in soldoni, l’attività professionale è fatta in prima battuta di relazioni pubbliche, rivestite di tecnica da parte dei più coscienziosi. Giustamente quindi il professionista si disperde su casi particolari, e distingue la teoria dalla pratica a seconda della vicinanza con il caso che lo interessa, non in base alla valenza concettuale. Quest’ultima non è infatti un prodotto vendibile al cliente, che per essa non è disposto a pagare. Le «spiegazioni sociali» sulla determinazione dei tributi, cui è strumentale la determinazione della ricchezza, rilevano per tutti gli interessati, ma per nessun cliente in particolare, quindi non possono venire dalla pratica professionale. Al suo interno il bagaglio pratico aiuta scarsamente persino i professionisti a capirsi tra di loro; se ciascuno parte dalle proprie esperienze si rischia spessissimo di confrontarsi su questioni solo apparentemente simili; persino tra operatori del settore, insomma, il bagaglio professionale aiuta ben poco a interloquire.
Una spiegazione sociale d’insieme della determinazione dei tributi, sostitutiva rispetto all’insuccesso dell’accademia, non può quindi consistere in una riproposizione della pratica professionale così com’è. Tuttavia i professionisti possono facilmente riposizionarsi come studiosi sociali, sia pure part time, e sono un vivaio, grazie al loro numero, in cui esistono forze sufficienti per rimediare, almeno in buona misura, al suddetto insuccesso teorico dell’accademia. Con piccoli adattamenti, che per gli appassionati possono anche essere divertenti, l’attività professionale ha infatti importanti ricadute concettuali e teoriche, purché si smetta di identificare la teoria con una cortina fumogena di giri di parole sussiegosi e incomprensibili. In questa misura questo sito, questo luogo di riflessione , così come era Dialoghi Tributari vuole essere una rivista teorica non solo «per i pratici», ma anche «fatta dai pratici», almeno in buona misura. Diritto Economia e Tributi offre un dialogo con i professionisti che abbiano interessi da studiosi sociali, ma costretti a giocare sui terreni pratici, spesso diversissimi, scelti dai clienti. Diritto Economia e Tributi consiste infatti nella cornice teorica in cui valorizzare e generalizzare le esperienze pratiche, in modo da estrarne le implicazioni che possono ricorrere anche in ulteriori esperienze professionali. Si tratta di distinguere ciò che è strutturale da ciò che è accidentale, ma per ipotesi è stato tirato in ballo solo per gestire la situazione in qualche modo, perché non si poteva tacere e occorreva prendere posizione. Piano piano, i professionisti che si incamminano su questa strada si accorgeranno di anticipare il cuore dei problemi, e possibilmente le soluzioni, riuscendo a interloquire meglio con istituzioni che, nella confusione in cui ci dibattiamo, riservano sempre meno attenzione ai discorsi dove non si intravede un filo conduttore. L’unica avvertenza per gli interessati e per coloro i quali vorranno proporci articoli per la nostra nuova Rivista on line Diritto amministrativo dei tributi è di non imitare le prolisse tortuosità espositive delle riviste accademiche. Vanno piuttosto tenuti presenti i requisiti della scientificità umanistico sociale, fatti di sensatezza, di organizzazione di ragionamenti di senso compiuto sulla determinazione dei tributi. Ci si accorgerà, provandoci, che non è facile coordinare una pluralità di ragionamenti individualmente semplici, guardando da punti di vista diversi alla determinazione dei tributi, senza divagare sui loro effetti economici, la spesa pubblica, e altri discorsi politici che non spettano ai tributaristi come tali. E’ la sensatezza «non banale», cioè che travalica quella della pubblica opinione e delle classi dirigenti, che costituisce in un certo senso l’oggetto dei nostri discorsi, con riferimento alle istituzioni, alle aziende e agli individui coinvolti nella determinazione dei tributi. E’ tutto molto più semplice di quello che sembra. Si tratta solo di mettere a fuoco, organizzare e coordinare le riflessioni di volta in volta suscitate, nel professionista, dallo svolgimento del proprio lavoro. Ci guadagneranno sia le sue capacità espositive sia la graduale creazione di una spiegazione sociale d’insieme della determinazione dei tributi. Con l’innesco graduale del circolo virtuoso «teoria-pratica» di cui dicevamo nel titolo di queste note. 
 
Spiegazione sociale  d’insieme e rilancio dei tecnici
Una serena spiegazione d’insieme della determinazione dei tributi come detto allontanerebbe tutte le drammatizzazioni e le lacerazioni sociali che oggi pervadono la pubblica opinione, rasserenando il rapporto con le istituzioni, e quindi la vita professionale. Ci sono però anche altri vantaggi, in quanto, una volta avuta, in buona parte per merito degli addetti ai lavori del settore, una spiegazione d’insieme della determinazione dei tributi, la pubblica opinione e le classi dirigenti delegherebbero loro volentieri gli aspetti specialistici. Non a caso, del resto, nei Paesi tributariamente più sereni, gli aspetti complessi della determinazione della ricchezza sono affrontati col buonsenso di Amministrazioni, studiosi e organi professionali, senza gli incubi che vediamo ogni giorno in Italia. Per questo i tecnici devono mostrarsi in grado di padroneggiare i temi tributari complessivi, di sistema, che travalicano la specifica casistica di un singolo professionista, e riguardano la provenienza del gettito, la litigiosità, l’attività degli Uffici, e in genere i punti di forza e di debolezza della determinazione dei tributi. Si tratta di quei nodi che stanno a cuore alla classe dirigente e alla pubblica opinione, e come tali «devono» interessare anche ai professionisti del settore. Ancorchè privi di immediato e diretto riscontro su singole pratiche, sono infatti determinanti per l’atteggiamento dell’ambiente che deve decidere, e per questo riserviamo loro una qualche attenzione su Diritto Economia e Tributi. Contribuire alla costruzione di una spiegazione sociale della determinazione dei tributi significa, per i tecnici, avere contropartite sociali e politiche. Un riconoscimento di autorevolezza porterebbe infatti ad ampie deleghe, perché la politica sarebbe felice di limitarsi alla dialettica tra aliquote ed effetti dei tributi, lasciando la fase precedente, di determinazione della ricchezza, agli specialisti. Fornire la spiegazione d’insieme di cui stiamo discutendo è insomma il solo modo per guadagnarsi quella «competenza riservata» sul settore tributario, che finora non è stata raggiunta. E’ un auspicabile circolo virtuoso cui i professionisti più illuminati possono contribuire con Diritto Economia e Tributi, anche prendendo spunto, per gli argomenti, dai siti internet che affiancano questo sito e che costituiscono i nostri luoghi di riflessione preferenziali (www.organizzazionesociale.comwww.giustiziafiscale.com e www.fondazionestuditributari.com).