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ultimo n 00

LA MONETA COME SIMBOLO DI CREDITI E DI DEBITI

Dalla moneta merce alla moneta politica, alla moneta senza stato (l’euro).
 
Sommario
La  moneta come riflesso della non contestualità degli scambi (inadeguatezza del baratto)
Componente fiduciaria della moneta-merce come “pegno” del credito
Dalla moneta merce alla moneta politica
La perdita della convertibilità, sovranità monetaria e suoi limiti (l’errore di equiparare la moneta ad una merce)
 
La  moneta come riflesso della non contestualità degli scambi (inadeguatezza del baratto)
 
Il baratto ci ricorda che gli scambi possono essere perfezionati anche senza utilizzare la moneta, ma questo funziona solo quando  i bisogni da soddisfare, e le prestazioni necessarie a soddisfarli, sono simultanee. Mentre nella società dei cacciatori raccoglitori si potevano scambiare prede con frutti naturali, nella società agricola il momento della produzione, ad esempio il raccolto, è per definizione sfasato rispetto a quello delle produzioni che possono essergli offerte in cambio, nonché rispetto ai momenti in cui la produzione è utile a soddisfare bisogni. Ad esempio un agricoltore produce solo al momento del raccolto, e ha bisogno di alimentarsi tutto l'anno, come un produttore di utensili che può soddisfare bisogni solo quando il suo lavoro di artigiano è completo. La moneta serve quindi a consentire il “soddisfacimento differito” di bisogni da parte di chi ha già ricevuto una prestazione, dando modo a chi l’ha effettuata di monetizzare il proprio credito verso una pluralità di soggetti, esprimendo un sistema di impegni, di pegni, di titoli dietro cui ci sono un credito e un debito allo stesso tempo. 
 
Componente fiduciaria della moneta-merce come “pegno” del credito
 
Lo sfasamento temporale tra “prestazione” e “controprestazione” rendeva necessario fidarsi delle proprie controparti, e quindi faceva nascere crediti e debiti, di cui qualche oggetto  “di valore” (la moneta merce) costituiva - in antico - appunto il "pegno". Nella società dei cacciatori-raccoglitori esisteva lo scambio senza l’uso della moneta, perché appunto si rispettava una sorta di impegno o meglio di “dono” che appunto rappresentava un impegno reciproco fra chi donava e chi riceveva per poi restituire a sua volta un dono.
 
Il riconoscimento di questo pegno  consentiva però anche la “monetizzazione anticipata”,  prima di attendere il momento in cui il debitore sarebbe stato in condizione di adempiere. Senza la moneta il creditore non avrebbe quindi potuto utilizzare il proprio credito per soddisfare propri bisogni anteriori all’adempimento del debitore. Affiancare il credito e il debito con il pegno tangibile rappresentato dalla “moneta merce” ne consentiva invece la circolazione;  la moneta–merce consisteva quindi in un bene universalmente accettato, con valore intrinseco nel gruppo sociale; si pensi al sale o ai metalli preziosi, che affiancavano alla moneta come "credito" la merce monetizzata e circolabile (oro, sale, etc.) come "pegno del credito". 
Non era però l’abbondanza di moneta-merce, ma la capacità produttiva di una collettività, a determinarne la prosperità economica.  Lo confermano l’esempio mitologico di Mida, e  quello  storico della Spagna del XVI e XVII secolo, dove  il flusso di metalli preziosi provenienti dalle Americhe, in seguito alle conquiste  coloniali, ne fece crollare il prezzo, per la staticità della produzione economica rispetto ai bisogni, che tra l’altro andavano aumentando per  la fine delle epidemie e l’aumento di popolazione. In quell’occasione si poteva emettere moneta per la grande disponibilità di oro e di argento, ma non si poteva aumentare la capacità di produzione agricola ad un ritmo sufficiente da assorbire tutto l’aumento della domanda. Il materiale di cui è fatta la moneta quindi è sì una riserva di valore, ma l’importante è la capacità di un paese o di una economia di produrre reddito da scambiare. Cosicché possiamo dire che anche la moneta-merce non era una merce in quanto non soddisfaceva direttamente dei bisogni (1) , l’oro ad esempio era un mezzo al quale si dava valore per misurare il valore di beni, come il cibo o il vestiario, che a differenza dell’oro erano appunto un “bene” in senso economico del termine, ossia atto a soddisfare bisogni. 
 
La creazione e la diffusione di moneta erano quindi collegate  all’acquisizione di redditi, sia da parte dei privati sia da parte del pubblico potere, titolare ultimo, grazie alla propria forza militare del potere sulla principale risorsa produttiva, cioè la terra. Lo stato è l’organizzazione più grande che ci sia nella società, e per questo acquisiva moneta. Persino nella società agricola, dove lo stato era minimo, esso era comunque il proprietario delle terre e il creditore ultimo di tutti coloro che la sfruttavano a vario titolo.  Lo Stato entrava quindi nel circuito economico acquisendo risorse che altri producevano. Con il suo potere militare ed esercitando i servizi della difesa e della giustizia lo stato prestava servizi all’economia,  acquisendo  per questo quote di prodotto a supporto della collettività. In questo  la moneta è anche un anello di congiunzione tra il circuito economico e quello politico, tra la sfera della produzione per lo scambio e quella delle funzioni “non di mercato”. 
 
Dalla moneta merce alla moneta politica
 
La moneta nasce quindi da un misto tra iniziativa privata e pubblico potere, spesso rappresentato sulle monete emesse da privati(2) . 
Per ragionare sull’origine privata della moneta cartacea, delle nostre banconote, occorre uno sforzo di immaginazione. Ad un certo punto, durante il nostro Medioevo, il trasporto materiale della moneta merce era scomodo e rischioso. Si diffusero quindi promesse di soggetti “solvibili”, che accettavano in deposito moneta merce in un luogo e promettevano di trasferirne altrettanta a migliaia di chilometri di distanza; possiamo immaginare appunto che, in qualche parte in Toscana oppure a Genova, un commerciante di metalli preziosi abbia emesso una “nota di banco” (3) per attestare un avvenuto deposito di oro presso i suoi forzieri. Avrà così iniziato ad offrire un servizio di deposito in cambio di un piccolo compenso per il servizio di custodia offerto e, per fare ciò, abbia cominciato ad emettere titoli di impegno al deposito e alla custodia. Da lì a poco un’altra invenzione finanziaria avrà cominciato a circolare per facilitare le attività di commercio e di scambi internazionali, che anche a quel tempo erano assai fiorenti in tutta Europa. Si trattava di qualcosa di molto simile al moderno assegno. Un mercante italiano il cui nome si è perso tra le pagine della storia, propose ad un collega fiammingo di ricevere in pagamento non oro, ma la “girata” di una nota di banco che attestava il deposito di una quantità di oro presso un qualche orefice che fungeva appunto, come di consueto, da custode. Queste lettere di cambio rappresentavano quindi l’embrione della moneta cartacea, erano appunto titoli rappresentativi di un credito (4).  
 
L’emissione di  moneta in quanto credito, fin dai tempi originari raccontati fin qui, è rimasta omogeneamente aderente alla sua funzione di obbligo ad assolvere un impegno. Quello che nel tempo progressivamente viene meno è il pegno, ossia la garanzia reale della moneta data dal valore intrinseco del materiale con cui era emessa (5) . Alla prerogativa di valore intrinseco del pegno progressivamente si sostituisce l’affidabilità di una qualche istituzione, prima bancaria e poi statale. La lettera di cambio è un passaggio intermedio tra la moneta merce, che rappresentava una forma poco agevole e molto rischiosa (6), e la moneta politica dove il debitore garante del proprio impegno è la pubblica autorità. Quindi l’emissione di moneta non deriva da una prerogativa statale, ma nasce dalla fiducia verso operatori finanziari. 
 
Il ruolo dello stato è cambiato nel tempo, fino a diventare prevalente: da semplice garante dei crediti, garantendo la convertibilità delle note di pegno ed esercitando la funzione della giustizia e di esecuzione coattiva, diviene garante della fede pubblica  e dell’ordine sociale, per prevenire i fallimenti, le corse agli sportelli e le truffe, finendo col regolamentare l’emissione di debito e di raccolta del risparmio, sostituendosi ai privati nella funzione monetaria. 
 
In questo senso possiamo dire che anche se  nasce privata, non è mai esistita una moneta senza stato. Anche nel caso limite di una moneta locale, finanche di quartiere (7), i rapporti di scambio che nascono grazie all’ausilio di questa moneta sui generis sono comunque garantiti da una funzione di giustizia che è per definizione pubblica. Lo stato è garante dei rapporti giuridici tra privati. In definitiva quindi la funzione monetaria è una funzione di fede pubblica, anche se svolta materialmente da privati, da banche private.
 
Si è quindi giunti ai nostri giorni in cui la moneta è solo rappresentativa di un credito in forza di una fiducia riposta nell’ente politico che la emette solo dopo una lunga serie di fallimenti privati.  E ciò è diventato particolarmente evidente dal ferragosto del 1971 quando Nixon dichiarò finita la convertibilità del dollaro in oro. 
 
La perdita della convertibilità, sovranità monetaria e suoi limiti (l’errore di equiparare la moneta ad una merce)
 
Tuttavia la credibilità delle organizzazioni non è aprioristica e senza attinenza con la realtà economica e sociale. Il credito dello stato non è economico, è istituzionale, si indebolisce e svanisce al crescere dell’inefficienza della macchina pubblica e si irrobustisce se l’organizzazione istituzionale è efficiente e crea reddito. Dipende cioè da cosa può fare uno stato con i propri poteri autoritativi, organizzando le risorse di cui dispone, intese anche in senso di organizzazione del lavoro delle persone. Uno stato può quindi impiegare lavoro per fini sociali, collettivi, organizzativi ecc. e pagare gli stipendi con semplici promesse, impegni, in forza della propria credibilità (8).
 
Se è vero che la moneta viene emessa, ma soprattutto viene accettata come mezzo di pagamento, solo in forza della credibilità di uno stato, è anche vero che la stessa fiducia viene riposta per l’acquisto dei titoli del debito pubblico di quello stato. Da un lato perché per molto tempo la stessa banca centrale degli stati materialmente sottoscriveva il debito pubblico, dall’altro perché quei soggetti che avevano eccedenze economiche positive, tra privati e banche di altri paesi, hanno acquistato fiduciosi titoli del debito pubblico di quei soggetti ritenuti credibili (9). È proprio la fiducia quindi il limite che si pone all’emissione sia di moneta sia di debito pubblico essendo due facce della stessa medaglia. 
 
Data la rinuncia alla convertibilità, in forza della fede politica riposta nell’emissione di moneta, e partendo dall’esperienza personale sull’uso che si fa del denaro, molti si chiedono perché non risolviamo gran parte dei nostri problemi economici e di sostegno alla povertà semplicemente, stampando moneta, o più generalmente creando denaro. E’ una domanda legittima e collegata al livello di esperienza e bagaglio culturale della pubblica opinione, a maggior ragione perché le risposte degli economisti hanno ricalcato quelle elaborate per i beni dotati di valore intrinseco, come il cibo o i vestiti; la domanda e l'offerta di moneta sono state quindi paragonate alla domanda e l'offerta di una determinata merce, applicando le correlazioni secondo cui quando la produzione è eccessiva il prezzo diminuisce, salendo invece quando la domanda è alta rispetto all'offerta. Rispetto a questo accademico e asettico ribaltamento sulla moneta di riflessioni genericamente relative a beni dotati di un loro valore intrinseco, siamo qui in grado di  osservare che, dopo quanto detto fin’ora, la moneta non è una merce, ma la misura di un credito e quindi strettamente legata alla credibilità del debitore e alla capacità del sistema economico di produrre ricchezza. La vera risorsa non è quindi la moneta ma l’organizzazione (10). Gli indiani d'America dicevano a proposito degli uomini bianchi "Quando avranno inquinato l'ultimo fiume, abbattuto l'ultimo albero, preso l'ultimo bisonte, pescato l'ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro". Si può emettere denaro, come atto di volontà politica, ma non lo si può mangiare, e in questo senso, essendo incapace di soddisfare bisogni, il denaro , la moneta, non è una merce.
 
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Note
1)  Le conchiglie che si usavano in antichità come mezzo di scambio non soddisfacevano alcun bisogno direttamente, ma anche lo stesso oro con cui erano coniate le monete non veniva utilizzato direttamente, se non nel caso limite in cui veniva fuso per creare oggetti ornamentali e monili.
2)  Da lì a poco a qualcuno sarà anche venuta l’idea di cominciare a guadagnare su tali depositi, non solo per il servizio di custodia, ma anche per quello di prestito a terzi dell’oro custodito e lasciato inoperoso nei forzieri in cambio di un interesse, ma questa è già un’altra storia. 
La connotazione privata della moneta non si perde nemmeno quando pensiamo all’emissione della moneta nazionale da parte della banca centrale di un paese. Anche quando la lira era emessa dalla Banca d’Italia si trattava comunque di una emissione privata poiché la banca centrale è un ente privato e indipendente, così come l’euro è oggi emesso dalla banca centrale europea e le decisioni di emissione sono autonome e indipendenti dagli altri organi politici nazionali ed europei. 
3)  La ricevuta si chiamava nota di banco proprio perché era solitamente firmata sul banco dell’orefice.
4)  Lo conferma la frase riportata sulle banconote, derivate appunto dalle lettere di cambio indicate nel testo; la frase “pagabili a vista al portatore” ricorda appunto la natura di “documenti sostitutivi” di metallo prezioso svolta dalle lettere di cambio.  ”
5)  L’oro con cui la moneta veniva coniata non era l’unica garanzia reale in forza della quale ci si assumeva l’obbligo di assolvere un impegno. Anche altre garanzie reali sono esistite nel tempo, così come avviene anche oggi. Le ipoteche sulla proprietà di terre e la titolarità di organizzazioni imprenditoriali o commerciali rappresentavano altre forme di garanzia reale. In ultima analisi gli stessi crediti che si ricevevano rappresentavano una forma di garanzia, in quanto dimostravano l’affidabilità del creditore. 
6)  Circolare con ingenti quantità di oro contenute in forzieri non era certo agevole o privo di rischi
7)  Il controllo sull’emissione di questi titoli in relazione alla capacità futura di fare fronte agli impegni presi può essere efficace solo nelle piccole comunità dove ogni membro ha la percezione della capacità produttiva di colui che emette il titolo di impegno. Se invece di moneta noi considerassimo l’impegno “farò una torta” in un contesto provinciale, gli abitanti della piccola provincia avrebbero una esatta percezione della capacità del pasticcere di fare una torta e quindi il suo titolo avrebbe probabilità di circolazione entro i margini di un controllo sociale efficace. Similmente, se il produttore di torte è abbastanza grande e organizzato, tale che può emettere un numero vasto di buoni, di impegni di torte senza che con ciò faccia sorgere il dubbio nella collettività in cui agisce che non sia in grado di fare fronte agli impegni presi, in questo contesto non ci sarà la corsa all’adempimento, alla richiesta di produzione di torte. 
In contesti sociali più ampi, come quello dell’intera società e dell’emissione della moneta da parte di una entità pubblica tale controllo non è più facilmente esercitabile e pertanto nasce da subito un problema di credibilità. Qualora tale grado di credibilità venisse frustrato dalla percezione, se non dalla certezza, che l’ente emettente non sia in grado di assolvere ai propri impegni, come il caso di uno stato sull’orlo del fallimento finanziario, si finirà col rinunciare alla circolazione del titolo di impegno, ossia della sua moneta. In definitiva, quindi, il denaro è un credito e un impegno che circolano in funzione del solo grado di fiducia che viene riposta dalla società nello stato
8)  Come d'altronde fece Hitler nella Germania della ricostruzione, riorganizzando tutto l’apparato industriale tedesco e approntando opere pubbliche con l’emissione di moneta interna, poiché tale creazione di ricchezza dava credito all’istituzione centrale.  
9)  Come sta appunto avvenendo in misura massiccia tra la Cina e gli Stati Uniti, con le sottoscrizioni dei titoli del debito pubblico statunitense come impiego delle riserve valutarie cinesi date dal forte avanzo della sua bilancia commerciale.
10)  Si può quindi sostenere che l’economia monetaria, intesa come compartimento separato e distinto che agisce in forma autonoma rispetto alla realtà economica nel suo complesso, non esiste. Non si può distinguere l’economia monetaria dall’economia reale. L’economia monetaria può essere intesa solamente come analisi monetaria dell’economia, ossia come chiave di lettura di fenomeni comunque economici nel loro complesso. Si possono avere riflessi monetari nell’economia reale in funzione delle scelte politiche di volta in volta intraprese , o avere effetti reali in seguito alle scelte dei singoli, di privati, di professionisti o di istituzioni in un contesto borsistico, ma l’economia non può essere suddivisa in compartimenti stagni, è un tutto unitario e indistinto.