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La mancata spiegazione della determinazione dei tributi da parte dell’Accademia lascia spazio a nuovi “sostituti di formazione”

La spiegazione d' insieme della determinazione dei tributi svolta dai "sostituti": i media

Il ruolo dei media è quello di "mediare", ossia di contribuire a diffondere un sapere da tutti condiviso e accettato; essi dovrebbero, in altre parole, rappresentare i contorni di un ambiente di riflessione entro il quale la scienza sociale avrebbe potuto svilupparsi da tempo. L'uso ripetuto del condizionale qui è d'obbligo. Vi è infatti un vuoto istruttivo nei luoghi preposti alla formazione e i media hanno progressivamente dilatato la loro azione, fino al tentativo di sostituirsi alla costruzione stessa della conoscenza, almeno per quanto riguarda il nostro ambito di interesse: la determinazione dei tributi. Questo non è certo un j'accuse nei loro confronti. Lo scopo che qui ci si propone è esclusivamente quello di stimolare riflessioni, senza esprimere con questo un giudizio di merito nei confronti dei giornalisti e dei comunicatori di professione. Al contrario si vuole riconoscere che sono loro i primi ad aver intercettato un malessere diffuso, una grande lacuna teorica e una forte necessità di spiegazioni. Cosicché si sperimentano in ragionamenti e in quesiti fondamentali ai quali avrebbero dovuto rispondere già da tempo i professori.

In questo processo di sostituzione si sentono coinvolti occasionalmente anche quelli che sono interessati all'applicazione dei tributi sotto prospettive scientifiche differenti (come gli economisti e i sociologi) o per ragioni più prettamente professionali (come i commercialisti e gli avvocati), che hanno stimolato una fiorente produzione di riviste di settore.
Né mancano di far avvertire la loro presenza uomini politici, rappresentanti delle istituzioni , imprenditori e sindacalisti-, per non parlare del variegato popolo di facebook, dotato di buona volontà, spesso superiore alla loro competenza specifica.

Il compito dei media non si esaurisce, però, in quello di mediare fra i cittadini e il mondo scientifico. Essi svolgono anche un altro ruolo estremamente rilevante e irrinunciabile, quello della mediazione tra cittadini e istituzioni, al fine di proporre gli strumenti per il controllo sociale sull'operato della pubblica amministrazione.

Gli scienziati sociali prestati ai tributi

Tra gli studiosi sociali che si occupano del tema dei tributi vi sono gli economisti, i quali muovono le loro riflessioni nell'ambito dell'effetto dell'imposizione fiscale sull'economia. Si chiedono cioè come essa possa incidere sulla crescita, sulla redistribuzione, sul declino e la sparizione delle civiltà del passato. Tuttavia, come sostiene Lupi nel suo Compendio di Diritto tributario , la visione degli economisti rischia di essere limitata da un punto di vista dell'approccio scientifico. La funzione tributaria di determinazione delle imposte è squisitamente politico-giuridica ed è estranea alla logica dello "scambio bilaterale" (tipica del mercato), da cui si pongono gli economisti. Gli strumenti analitico matematici a disposizione degli economisti poi mal si prestano alla comprensione del comportamento delle istituzioni, mentre risultano essere estremamente utili nell'analisi dei "dati sociali" disponibili.

I professionisti pubblicisti e la nuova accademia parallela

Vi è poi la c.d. "cultura professionale", ossia quell'insieme di spiegazioni parcellizzate ed elaborate dai professionisti i quali sono a stretto e quotidiano contatto con le istituzioni. Questi non perseguono una spiegazione d'insieme, hanno interesse a tutte le considerazioni che possono essere di supporto alla fornitura dei servizi tributari da loro prestati. In altre parole i professionisti sono assorbiti dalla casistica, dal costante aggiornamento, dall'attenzione al perenne mutamento delle regole da seguire. La pubblicistica professionale svolge così un duplice ruolo sostanziale. Da un lato tenta di dare risposte ai molti dubbi professionali, dall'altro è un utile strumento per l'accredito dei professionisti nell'olimpo degli esperti del settore, una conditio sine qua non per garantirsi un flusso sempre crescente di clienti paganti. La selezione degli editori qui svolge quindi un ruolo essenziale. La pubblicistica per i professionisti, così come le posizioni accademiche, rappresentano cioè un indice relazionale indiretto attraverso il quale i clienti possono valutare il livello di affidabilità delle prestazioni professionali, non essendo altrimenti in grado di svolgere un controllo reale. L'editoria professionale, invece di contestualizzare i cambiamenti, le relazioni tra passato e presente, senza porsi il problema di una spiegazione d'insieme, cerca di legittimarsi con l'aggiornamento continuo, con la novità legislativa, giurisprudenziale o amministrativa. Vi è infatti il preconcetto secondo cui in diritto tributario tutto cambia, e proprio in virtù di tale pressante mutevolezza il ragionamento sull'insieme e sulla contestualizzazione, sulle funzioni e sul comportamento delle istituzioni appaiono inutili.

L'imperturbabilità tipica delle riflessioni professionali si rispecchia anche nella scarsa attenzione al linguaggio utilizzato nella pubblicistica di settore. Chiunque abbia letto una gran mole di articoli ad esempio della rubrica Norme e Tributi del Sole 24 ore o di Contenzioso tributario sa di cosa parliamo. All'articolo di giornale non si chiede la precisione, ma esso deve essere giornalisticamente accattivante e gradevole. All'articolo scientifico invece si chiede ampiezza di respiro, pluralità di punti di vista, una dimensione quantitativa dei problemi, un unità di misura dell'importanza del fenomeno nell'ambito di un panorama macroeconomico o di settore, senza rinunciare all'enunciazione di episodi anche coloriti che diano vivacità alla trattazione.
Poco sforzo comunicativo fanno invece gli autori di volta in volta chiamati a produrre "un pezzo in due ore" . Sono infatti professionisti che utilizzano un linguaggio tecnico tipico dei rapporti redatti ai fini professionali.

Alle volte appare stridente la differente capacità comunicativa del titolo di un articolo con quella del suo contenuto. Il primo viene infatti ideato e scritto da un giornalista professionista che conosce bene il pubblico di lettori a cui la rivista si rivolge (in gergo si chiama target) mentre il secondo, il contenuto dell'articolo, è scritto da un libero professionista che non ha alcun interesse a immedesimarsi nei propri lettori, fiero della propria preparazione tecnica poco incline a ragionamenti di fondo. Altezzoso rappresentante della "scientificità esteriore" di cui parla Lupi di cui è intrisa anche gran parte dell'accademia.

Il risultato è nel migliore dei casi noioso, nel peggiore dà luogo a grottesche situation comedy, come in quegli articoli che annunciano nel titolo una notizia che però non ha nulla di nuovo, riproposta ciclicamente di anno in anno. Se il prezzo da pagare per fingere di essere un giornale serio è la noia, la serietà diventa seriosità. L'editoria professionale scade così in un aggiornamento del nulla, sfibrando l'interesse dei lettori. Ma anche la competenza professionale non è adeguatamente valorizzata, dissolta come detto nella casistica quotidiana e verso la cronologia di esperienze professionali di cui resta ben poco. Si innesca così un circolo vizioso che si ripercuote sugli stessi professionisti, i quali non partecipano al forum di discussione e di condivisione, e senza il polo di aggregazione teorica tra gli operatori del settore diviene sempre più difficile il rapporto con le istituzioni .