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Anno nuovo, vecchi luoghi comuni

Dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ci si aspettava una disanima più ampia, articolata e profonda rispetto ai tanto diffusi e seccanti discorsi da autobus. Ma dato l’incalzare della crisi economica e delle scadenze fiscali   di fine anno, quando tanti cittadini sono occupati a imbastire pasti, ricevere parenti e confezionare pacchetti e tutti gli  altri nell’arduo tentativo di mettere insieme il pranzo con la cena, niente di più inutile ed irritante di una sonora sferzata all’insegna del sempre verde ed abusato luogo comune dell’evasore-ladro, presunta principale causa della insufficiente raccolta fiscale e dell’ inefficienza dei servizi pubblici. Così presentato il quadro è sembrato completo. Fortunatamente però  l’abitudine di intraprendere salutari e rigeneranti chiacchierate informali su twitter con numerosi, assidui e a volte occasionali, follower  mi ha dato l’opportunità di svolgere anche ragionamenti radicalmente differenti, che ho potuto scrivere in sedi appropriate  e diffondere con altri mezzi mediatici.
Sono soddisfatto di aver potuto constatare che anche questi ragionamenti abbiano fatto breccia e si siano sedimentati nella coscienza dell’opinione pubblica, o almeno di una parte di essa. Se non altro in certe chiacchierate informatiche si tende a superare la contrapposizione “ladro-non ladro” e si intravedono riflessioni più articolate. Qualcuno arriva anche a proporre il “contrasto di interessi” e altri discorsi a senso compiuto, mentre l’astio reciproco svelenisce.
Partiamo dalla semplice considerazione che gli studiosi sociali, sebbene si atteggino a fisici nucleari e tentino di misurare con formule e numeri gli impulsi umani, ottengono il risultato di scarsa chiarezza ( già questa rappresenterebbe una sufficiente motivazione per desistere dalla loro professione)  e lasciano al tempo stesso spazio vuoto che impropriamente viene occupato dai giornalisti e dai comunicatori di professione. La certezza matematica cede necessariamente il passo alle considerazioni e alle valutazioni quando si tratta di studiare e analizzare le relazioni umane, e non c’è nulla di più esemplare, che riassuma tutte le difficoltà e le drammaticità relazionali umane, quanto le tasse!
Da sempre i tributi si determinano “a spanna”, ossia devono essere oggetto di valutazione. Fatte le dovute proporzioni con tutta la storia della convivenza sociale e dell’imposizione fiscale, solo recentemente la contabilità aziendale ha sollevato le autorità pubbliche dal loro ruolo valutativo. Ma laddove le aziende non arrivano, ossia in tutti quei casi in cui la produzione è organizzata su base artigianale o libero professionale, occorre tornare al buon vecchio metodo induttivo. Un tempo erano le parrocchie, le tribù, le associazioni dei commercianti, le gilde ossia i gruppi sociali intermedi che determinavano i tributi dovuti dai loro componenti, soprattutto quando erano commisurati alla condizione economica delle persone.  I gruppi intermedi hanno sempre assolto la funzione valutativa dei tributi, poiché erano espressione degli stessi appartenenti del gruppo sociale e la conoscenza reciproca era massima e quotidiana, senza dover ricorrere a calcoli complessi per  valutare in loco l’effettivo livello di disponibilità economica e il vero tenore di vita dei compaesani o degli altri artigiani dell’associazione o della corporazione. I gruppi intermedi di oggi sono rappresentati dalle aziende e la loro intermediazione ha fatto sì che venisse meno la percezione dell’importanza cruciale e storicamente determinata della funzione valutativa. Capire questo passaggio logico, capire cioè questo problema significa averlo già  in gran parte risolto.
Il discorso del Presidente della Repubblica era lontano anni luce da una simile presa di coscienza. Con il suo discorso ha affrontato il tema degli evasori-ladri richiamandosi genericamente al senso civico. Come se un evasore fosse un deviato sociale, da riportare lungo la retta via. Ha fatto appello alla coscienza dell’evasore e lo ha invitato a una sincera redenzione. Il Presidente non dovendo passare per la verifica elettorale si può permettere una simile generalizzazione, ossia può sostenere che 10 milioni di evasori sono criminali. Dopotutto, mai nessun voto sarà in palio o sarà perso in seguito ad un suo discorso pubblico. È solo la coerenza ad esser messa in discussione.
La drammatizzazione è invece fortemente controproducente, perché dare al fenomeno dell’evasione connotati di criminalità incita, e in un certo senso obbliga, a comminare punizioni esemplari. Ciò rende più difficile un’azione di contrasto all’evasione. 
È abbastanza certo che ogni lavoratore indipendente al consumo finale si accordi “uno sconto” sulle tasse effettivamente dovute, ma da questa considerazione alla conclusione che siano tutti ladri c’è una bella differenza. Sono innanzitutto professionisti che svolgono una funzione economica, producono e distribuiscono valore. Solo in seguito, e logicamente di conseguenza, assolvono la funzione di contribuzione alla gestione della “cosa pubblica”. Chiamare un pasticciere ladro è solo un’offesa e non aggiunge nulla alla riflessione sulla corretta determinazione dei tributi. Anzi rende isterico il rapporto tra i contribuenti lavoratori autonomi e i funzionari del fisco. 
I funzionari pubblici si sentono gravati di un onere aggiuntivo rispetto a quello iscritto nel contratto di assunzione. Il dibattito mediatico e criminalizzante sull’evasione infatti scarica sulle spalle dei revisori la responsabilità di una punizione commisurata alla gravità dell’evasione elevata al grado di crimine contro la società. Questi dovranno quindi seguire un codice di comportamento non scritto che li porti ad essere fortemente severi nei confronti del malcapitato professionista. Un atteggiamento e un rigore tale che la verifica fiscale dovrà divenire un momento di suprema giustizia e tutti i mali dell’evasione dovranno essere compensati in una singola occasione, secondo il principio latino Unum castigabis, centum emendabis. Punirne uno per educarne cento!
I contribuenti lavoratori autonomi hanno invece la percezione che, sebbene le tasse che realmente pagano siano molto vicine a quelle effettivamente dovute, sebbene cioè il margine di “sconto” che si sono accordati sia molto basso, nell’eventualità che incappino in una verifica fiscale non solo dovranno sobbarcarsi l’onere di una multa e di una ingiunzione di pagamento di altre tasse evase,  ma dovranno sopportare anche quel supplemento di rigore che il funzionario fiscale si sente in dovere di seguire poiché chiamato ad assolvere la funzione punitiva aggiuntiva anzidetta. 
Il risultato complessivo di questa “santa crociata contro i ladri” è che da un lato i funzionari del fisco satureranno la loro azione di controllo in poche singole occasioni, poiché il rigore formale e contabile alla lira anzi al centesimo richiede un aggravio di costi e di tempo. Dall’altro, i contribuenti continueranno a considerare quel margine di evasione un atteggiamento fisiologico nonché una sorta di indennizzo anticipato per l’ingiusta gogna, il marchio di infamia, che dovranno subire nel caso di un accertamento. L’agenzia perde funzionalità e sistematicità mentre i pochi evasori intercettati divengono delle vittime continuando in questo modo ad alimentare un circolo vizioso senza fine e senza redenzione. Perché chi ha scritto il discorso al Presidente non ci ha pensato?!