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Le agevolazioni fiscali: un diversivo per non riflettere sui nodi dei “beni storico artistici”?

Sommario

“Beni culturali” come oggetto fisico e come funzione (un problema specifico a questi pubblici uffici e la cultura della conservazione) 

La sacralità del bene culturale, la burocratizzazione della funzione e i malesseri. 

L’aziendalizzazione come istintiva reazione al malessere: mito del “privato” oltre la legittima valutazione economica del bene storico. 

Le agevolazioni fiscali come “pendant” del mito del privato: la contraddittorietà di quelle dirette agli operatori artistico-culturali e tipologia di quelle al mecenatismo 

Natura in gran parte “non fiscale” dell’art bonus come “sovvenzione autoliquidata”. 

Oltre i diversivi tributari: ripensare il conservazionismo burocratico. 

“Beni culturali” come oggetto fisico e come funzione (un problema specifico a questi pubblici uffici e la cultura della conservazione)

I beni pubblici, secondo l’accezione utilizzata dagli economisti, non sono oggetti materiali, né beni che possono essere oggetto di diritti, come diciamo noi giuristi. L’espressione “bene pubblico” è infatti usata dagli economisti per indicare quelle che noi chiamiamo funzioni pubbliche (1 ), ivi compresa quella artistico-ambientale-culturale(2 ). Una rilevante particolarità di quest’ultima funzione è però proprio quella di poter essere facilmente riferibile a beni (“culturali”) in senso fisico, come chiese, quadri, sculture, palazzi, ruderi, sarcofagi, reperti, ambienti, paesaggi, etc. E’ quindi facile intendere la funzione pubblica “artistico-culturale” come scoperta(3 ) e “conservazione” di “oggetti preziosi”, definiti enfaticamente “inestimabili”. A questo punto di vista “oggettuale” (e conservativo) si affianca la “funzione artistico-culturale”, come  promozione, fruizione ideale, del suddetto patrimonio culturale nella scala di valori (4 ) degli individui e della pubblica opinione, italiana ed estera.  Sono due punti di vista compatibili e per certi versi complementari, ma non totalmente coincidenti. Il parziale sfasamento tra “bene” come funzione e “bene” nel suddetto senso giuridico di “oggetto di diritti” comporta sfasature e rischio di equivoci; il “fascino” dei beni in senso materiale, come il quadro, la statua, considerati testimonianze di un passato sepolto, e proprio per questo favoloso, regno del mito e del sogno, delle illusioni(5 ), ha un potere paralizzante sulla gestione dei relativi beni. Nasce così l’idea della conservazione, un po’ sacrale, e per certi aspetti ossessiva e paralizzante, del “bene culturale”, come una specie di sacra reliquia(6 ).Si sopravvaluta così, come contrappunto concettuale alla mitizzazione dei “beni culturali” in quanto “oggetti”, la prospettiva “protezionistica” (funzione di tutela) (7 ), con le esagerazioni di cui al prossimo paragrafo.

La sacralità del bene culturale, la burocratizzazione della funzione e i malesseri.

Emerge quindi anche per i “beni artistici”, per via della sacralità indicata al punto precedente, un preconcetto diffuso per tutte le funzioni pubbliche, cioè quello che l’interesse primario, in senso Gianniniano per i giuristi, sia un valore assoluto e coincida con la conservazione. Sul piano logico si trascura così che i valori, compresi i beni storici, sono assoluti solo nei rari casi in cui si presentano da soli, ma sono per definizione “relativi” quando occorre armonizzarli con altre esigenze, compresa la limitatezza di risorse(8 ). A seguito di questa malintesa sacralità dell’antico, l’arte si è burocratizzata, dedicandosi alla missione di conservazione, generalizzata e impossibile, descritta al paragrafo precedente. I divieti e le prescrizioni si sono avvitati tra loro, generando una comoda paralisi. Tutto e' vietato, tutto e' prescritto, ma nulla è controllato; tutto e' in genere sostanzialmente tollerato, salvo che per fare favori o dispetti. Gli uffici possono fare quello che vogliono dicendo di essere sotto organico e giustificando la propria esistenza. Ritroviamo anche per i beni artistici l’equilibrio ipocrita dove l’ufficio pubblico risponde "se lo deve fare lo faccia, ma se me lo chiede devo dirle di no. Aggiungendo poi “Le leggi mica le faccio io” (è lo schema deresponsabilizzante del pretesto); i privati però sanno che nessuno controlla, e quindi si arrangiano nell’incertezza. Si assesta così un equilibretto di piccolo cabotaggio, che ovviamente impedisce qualsiasi iniziativa organizzata, per cui ovviamente servono sinergie “pubblico-privato” e affidamento. Su questo sfondo deprimente, la politica, cavalcando l’idea dell’onnipotenza legislativa e cercando effetti annuncio, offre riforme a getto continuo, subito dimenticate da una pubblica opinione con la memoria di un pesce rosso; i giudici arrivano ogni tanto a salvare la patria per quanto gli va, i giornalisti escono col loro scandalismo da audience, e si va avanti così. Ognuno da' la colpa agli altri, su uno sfondo burocratico generato dalla mancanza di senso, che spinge solo a “stare a posto”, mostrando ogni giorno il suo volto kafkiano. Senza una “economia della cultura” si scatena il feticcio della conservazione sacrale, e dell’esternalizzazione “specializzazione” degli interventi, che diventano per questo sempre più costosi, secondo una tendenza generale allo svuotamento dell’agire pubblico “diretto”. Sempre più spesso ci si deve interrogare sull’Utilità dei musei (Donata Levi), rendendoci conto che stiamo “creando burocrazia artistico-culturale”.

L’aziendalizzazione come istintiva reazione al malessere: mito del “privato” oltre la legittima valutazione economica del bene storico.

Le tendenze di opinione solo raramente si contrappongono, il che in genere accade quando  tali tendenze di opinione si puntualizzano in bandiere politico sociali. Altrimenti in genere si affiancano e variamente si ibridano, spesso confusamente(9 ), come accade per le rigidità dell’approccio “conservazionistico” di cui al paragrafo precedente, mescolate con la prospettiva della valorizzazione. Quest’ultima è vista superficialmente, come via di uscita al malessere burocratico. La diffusione di questo inconveniente metodologico si riflette sul “dato sociale” in materia di beni culturali, intesi come rapporto tra risorse impiegate, umane e finanziarie, e rendimento in termini di soddisfazione di bisogni, più esattamente di “bisogni di sogni”(10 ); L’input sono le risorse pubbliche destinate ai BC e l’output della funzione è soprattutto la soddisfazione di bisogni ideali, di elevazione dello spirito, di riflessione, di emozione in capo alla maggior parte di destinatari possibile.  Si tratterebbe di costruire un “bilancio sociale” dei beni culturali, al di là dell’output economico, come resa degli ingressi per biglietti, sponsorizzazioni e merchandising accessorio. Tuttavia anche quest’aspetto economico è un indice dell’interesse sociale attorno ai “beni culturali”, e del loro grado di fruizione, di apprezzamento, di soddisfazione dei “bisogni di sogni” necessari a dare un senso, e quindi coesione sociale, a una comunità pluralista(11 ).  Anche la cultura, insomma, ha una sua “economia”, da non intendere in senso contabile, ma come valutazione dell’utilità sociale collettiva del “bene culturale”; lo sfruttamento economico, espressione “politicamente scorretta”, costituisce un termometro del gradimento del bene da parte degli interessati al medesimo nella società. Tanti sovrintendenti di musei potranno giurare che i pochi visitatori delle loro sale provano emozioni straordinarie, ma di questo turbamento non sono possibili riscontri, salvo l’atto di fede in chi li afferma. Quanto i visitatori sono disposti a spendere per le varie forme di fruizione del bene artistico, è invece un dato oggettivo, come pure il loro numero, qualora il ritorno economico non vi sia, e i musei siano ad esempio gratuiti. Il bene artistico è quindi inserito in una funzione ambientale, artistica e culturale, di cui gli introiti non sono l’obiettivo, ma di cui sono un riflesso, una traccia, un indizio da analizzare assieme ad altri.  La mancata coincidenza tra queste due prospettive, e la limitatezza di quella “oggettuale”, reificata, dei beni culturali, emerge dai depositi pieni di statue e di quadri che nessuno vuol vedere; dalle collezioni private che le famiglie di chi ha raccolto i beni vogliono donare alla soprintendenza, al comune, o ad altri enti pubblici, tutti spaventati dal relativo costo e della relativa responsabilità (12 ). E’ un denominatore comune a tutti quei musei che, a differenza di quei pochi entrati in circuiti turistici sempre più frettolosi, non sono diventati “mito”, dove i visitatori sono sempre di meno; basta scorrere le statistiche di beni artistici importanti(13 ), e lo confermano i conti economici deludenti del settore cultura nel suo complesso. Contro questa deprimente sensazione di malessere l’ambiente reagisce istintivamente, vagheggiando ipotetiche “privatizzazioni”, valorizzazioni, etc.. Sembra che davanti a una insoddisfazione per la gestione pubblica di una certa funzione istituzionale, nel nostro caso quella culturale, possa subentrare il privato, come un cavaliere bianco, portatore di buonsenso, corrispondente al controllo sociale esercitabile dal cliente sul mercato. E’ un mito variamente intrecciato con quello della conservazione; dato che si parla di miti, come odio e amore, non si trova una sintesi tra tendenze d’opinione differenti; da una parte si teme “il profitto”, la “mercificazione”, ma dall’altra si sognano buonsenso, misurazione di costi e benefici, in una parola “logica”, senso comune, banalmente mortificati, nella suddetta esperienza burocratico-conservazionistica. Vedremo subito che c’è molta retorica in questo atteggiamento aziendalista e “liberista”, dove la “mercificazione”, inizialmente da esorcizzare, diventa invece da “attirare”, in una specie di “commedia dell’arte”, basata su agevolazioni fiscali divenute moneta di scambio. Di fronte a una situazione di paralisi, trascuratezza, confusione, emergenza gli sgravi fiscali sembrano il prezzo da pagare perché i privati intervengano nel settore. Tuttavia le resistenze sono ancora molte. Dei privati  sembra interessi solo il denaro, ma sembra che ancora se ne tema la gestione del bene culturale. Lo schema dell’art bonus, come vedremo, è quello di “chiedere soldi” per il bene artistico pubblico. Ma il tema dell’affidamento del bene artistico al privato, come albergo, ristorante, luogo di attrazione per attività ricreative e culturali, magari di strada o di circondario, come vedremo al par.4, suscita ancora diffidenze ancestrali. Ne riparleremo dopo aver contestualizzato sullo sfondo della funzione tributaria e di quella artistico culturale il mantra delle agevolazioni fiscali al settore.

Le agevolazioni fiscali come “pendant” del mito del privato: la contraddittorietà di quelle dirette agli operatori artistico-culturali e tipologia di quelle al mecenatismo

I presupposti delle agevolazioni fiscali per i beni artistico-culturali sono sia la meritevolezza sociale sia la relativa incapacità di finanziarsi da soli. Un bene storico che fosse, per assurdo, profittevole, in quanto molto attraente, non avrebbe bisogno di agevolazioni fiscali, e casomai ci si potrebbe limitare, come la didattica, all’esenzione da IVA sul “consumo culturale” (già esistente). Lo sgravio tributario, visto come strumento di politica economica, presuppone che ci sia una ricchezza prodotta, che ci si astiene dal tassare. In altri termini dato che la funzione tributaria è diretta in prima battuta alla “determinazione della ricchezza” ha poco senso evocarla dove la ricchezza non c’è. Cioè per la maggior parte dei beni culturali. Anche la detrazione ordinaria per l’edilizia ha uno spettro applicativo più ridotto rispetto ad interventi per i beni artistici: non credo che ridipingere un soffitto di un castello medievale potrebbe beneficiare della normale detrazione per l’edilizia. Comunque, anche dove spettassero, servono debiti d’imposta capienti e specifici da cui scomputare. Infatti l’esenzione dai redditi fondiari degli immobili storici(14 ), sarebbe volentieri barattata dagli stessi proprietari con esenzioni IMU/Tasi/Tari e con crediti di imposta per le spese di ristrutturazione. Insomma, anche l’associazione di categoria degli immobili storici ritiene, giustamente, di tutelare chi non ha reddito dall’immobile, anziché dare abbattimenti fiscali forfettari a chi il reddito ce l’ha. Anche a proposito degli immobili storici si assiste ad un’alterazione della determinazione del reddito per tener conto forfettariamente di possibili maggiori spese.  Non mi dilungo sulle possibilità di locazione dell’immobile a strutture alberghiere che deducono analiticamente il canone, e sostengono le spese, deducendole, mentre il proprietario viene tassato sulla rendita catastale, con un vero e proprio salto di imposta(15 ). Il vero soggetto destinatario delle agevolazioni fiscali, nella tendenza culturale suddetta, è quindi il privato sovvenzionatore, e le agevolazioni tributarie a questo mecenate sono appetibili solo se il mecenate è capiente sullo specifico tributo cui la deduzione si riferisce.  Vi cascano sia il mecenatismo, gli oneri di utilità sociale, la sponsorizzazione, tutti istituti tributari, anche di agevolazione tributaria diretta all’arte. Questa forzatura in chiave agevolativa di istituti tributari crea corti circuiti tra burocrazie entrambe timorose di tutto, e quindi alla paralisi, alla confusione e agli equivoci.  Ho avuto sottomano una consulenza che paventava l’assoggettamento a IRES delle soprintendenze ignorando che da sempre lo stato è esente da tributo (#machedavero?) e che la soprintendenza medesima avrebbe dovuto munirsi di partita IVA e fatturare la sponsorizzazione al mecenate, e la cosa è finita all’attenzione dei massimi vertici dell’Agenzia delle Entrate, seriamente preoccupati (16 ). Per uno studioso sociale giurista è una comica, meglio di Crozza, ma per un soprintendente è un incubo. Un incubo che è ordinaria amministrazione quando facciamo fare corto circuito a due uffici pubblici ciascuno dei quali si preoccupa quasi solo di avere le spalle coperte.

Natura in gran parte “non fiscale” dell’art bonus come “sovvenzione autoliquidata”.

Integro le mie riflessioni su Aedon rilevando che il diritto tributario si occupa prima di tutto della determinazione della ricchezza, trasformandola in base di commisurazione delle imposte. Poi ci sono le agevolazioni fiscali, che diminuiscono le imposte in relazione alla meritevolezza dell’attività economica, produttiva, patrimoniale etc. L’art Bonus è fuori da tutto questo, in quanto non diminuisce le imposte, che restano quelle che sono, permettendo piuttosto di pagarle. E’ istituto artistico culturale, liquidato solo ai fini tributari, per costruire sovvenzioni “fai da te”, senza coinvolgere enti pubblici nell’erogazione di fondi pubblici che non ci sono più; anche gli uffici pubblici sono messi male, con continue esternalizzazioni di funzioni rispetto al passato. Il vantaggio dell’art. Bonus, rispetto alle deduzioni, è di essere scollegato rispetto alla determinazione della base imponibile dei tributi. La determinazione dell’imponibile continua a seguire le sue logiche, non viene alterata la nozione di inerenza, come dicevamo sopra. Da questo discende l’indeducibilità fiscale delle somme erogate agli enti pubblici beneficiari delle sovvenzioni, a rimarcare l’estraneità dell’art.Bonus rispetto alla determinazione dei tributi, che continua a seguire le sue logiche senza alcun “inquinamento”. L’art.bonus, scollegato da una specifica imposta, o contributo, subentra poi come strumento di pagamento di qualsiasi imposta o contributo. Manca quindi il legame, tipico delle deduzioni-detrazioni indicate prima, alla capienza di singoli debiti d’imposta cui si riferisce, con una neutralità rispetto ai meccanismi di determinazione dei tributi e contributi per cui può essere utilizzato. Possono quindi fruirne anche le aziende in perdita, ad esempio per le ritenute, i contributi  l’IVA, etc. , oppure perché beneficiarie di altre agevolazioni fiscali “tipiche” idonee ad abbattere il reddito (patent box, ace, tonnage tax o determinazione catastale per le imprese agricole).  Quindi l’unico limite tributario alla sua fruizione è l’esistenza di debiti fiscali e contributivi da defalcare con l’art bonus, anche riportandone in avanti gli effetti nel tempo. Per le imprese c’è anche il limite del 5 per mille dei ricavi, introdotto cautelativamente dal MEF per i consueti timori di gettito, ma che è estraneo alla logica dell’istituto. Certamente l’art.bonus può avere ulteriori contingenze pratico-applicative, di cui esaminiamo solo quelle con riflessi strutturali, nel senso di “sistematici”. Molte indicazioni a proposito dei non residenti e dei beni culturali esteri vengono dalla logica dell’istituto come “indirizzo” del gettito fiscale italiano. Nessun problema sulla spettanza dell’agevolazione ai non residenti debitori di tributi italiani. Ove debiti tributari manchino, siamo in assenza dei presupposti perché scatti la suddetta logica compartecipativa; l’art bonus diventerebbe così una sorta di “cofinanzamento” pubblico, proporzionale a finanziamenti privati(17 ).  Dovrebbe essere approfondito anche in che misura le opere d’arte potrebbero essere collocate all’estero, ma ritengo pur sempre attraverso un’amministrazione italiana(18 ). La presenza dell’indirizzo del gettito fiscale italiano, e la collocazione “fuori mercato” della funzione artistico culturale (par.1) aiutano a escludere accuse comunitarie di aiuti di stato indebiti.  Sul piano tecnico ci sarebbe una panoramica dei tributi contro i quali può essere “speso”, in senso ampio tutti quelli per cui il contribuente è “contribuente di diritto”; non basta essere invece “contribuenti di fatto” per detassarsi ad esempio IVA sugli acquisti, dicendo al fornitore di non fatturarmi con IVA per via dell’art bonus”, oppure alla banca di non applicare imposte sostitutive sui redditi di capitale. In linea di principio, mettendomi il cappello del tecnico, l’art bonus è spendibile da parte dei “contribuenti di diritto”, anche nel caso di ritenuti, contributi previdenziali, fino all’“imposta di registro”, da versare in nome proprio. Bisogna vedere se si può compensare anche con tributi locali, purchè ci sia una convenzione con l’Agenzia. Il controllo della fruizione del bonus spetta in una certa misura anche agli enti fiscali e previdenziali, che devono accertarsi dell’esistenza delle condizioni formali per fruire della sovvenzione. Essa però, a differenza delle deduzioni/detrazioni per l’arte(19 ), è una sovvenzione in buona parte collocata nella funzione dei beni culturali. E’ un interessante intreccio di competenze funzionali, in quanto alcuni aspetti, più tributari, come il limite dello 0,5% dei ricavi, spettano agli uffici tributari(20 ). Altri però spettano agli uffici culturali, come la natura privata o pubblica del beneficiario, profilo che deve essere certificato dal Mibact. Per questo mi sembra che la natura pubblica o privata del bene culturale non debba essere valutata dall’ente destinatario del pagamento, tramite il bonus, anche perché tali enti potrebbero essere più d’uno. Ad esempio l’Agenzia delle entrate potrebbe ritenere “pubblico” un bene e l’INPS lo potrebbe “considerare privato”. Anche la natura pubblica o privata del destinatario viene filtrata dall’abilitazione presso il ministero dei beni culturali, cui compete decidere se è “pubblico o privato”. Se il ministero abilita, l’agenzia delle entrate non può interferire, ma è vincolata alle registrazioni dell’amministrazione dei beni culturali, salvo un conflitto tra amministrazioni. Se Mibact dice che un bene è pubblico l’agenzia ci deve stare, e poi solleverà un conflitto, ma non può negare la spettanza al contribuente; è un corollario della natura dell’agevolazione usata. L’art bonus è in realtà diritto amministrativo dei beni culturali, sovvenzionato intervenendo sul circuito dei “pagamenti” fiscali e previdenziali, in un ruolo solo strumentale. Resta misterioso il modo in cui l’art bonus può aiutare le migliaia di ruderi, quadri, collezioni, chiese, palazzi, vicoli, mura, castelli, casali, sparsi nelle nostre città e nelle nostre campagne. Così come si è dimostrato erroneo che sgravi tributari potessero rivitalizzare funzioni come quella medica, previdenziale, scolastica o di ricerca, è altrettanto illusorio che possano rivitalizzare il settore dei beni culturali. Può affiancare un settore che ha trovato la propria identità, ma lo sgravio tributario non può sostituirsi alla mancata scoperta dell’identità del settore, tra conservazione e valorizzazione, che significa “Organizzazione”.  L’art bonus ovviamente non fa male ed è opportuno. A parte il costo, che è questione politica, esso soprattutto non consente alcuna incidenza-controllo del privato finanziatore sulla tipologia di intervento, sui suoi costi e modalità di realizzazione. In termini formali il privato finanziatore non può apporre termini e condizioni, in quanto meramente contribuisce a una “spesa pubblica”. Non mi soffermo sull’estensione dell’art.bonus ai privati; è normale però il sospetto che essa potrebbe favorire interventi su beni destinati a usi abitativi o commerciali, per le quali, come visto sopra, possono essere estese o personalizzate le detrazioni per ristrutturazioni, impiantistica etc.. Qui si dovrebbe tener conto non della “proprietà”, ma della “fruizione” del bene. Cioè chiese e castelli privati (21 )beneficiari dell’artbonus, ma a condizione che siano aperti al pubblico, cioè vagamente fruibili in termini da stabilire caso per caso. La “tutela” del bene artistico di fruizione “privata” (vale anche per i beni ecclesiastici) è infatti “conservazionistica”, non “sociale”, non valorizza “la funzione culturale” (ci dorme il proprietario) ma valorizza il bene. L’industriale “si fa il castello” e la sua azienda se lo paga con moneta fiscale?. In che misura questo alimenta nell’opinione pubblica la fruizione artistico culturale, rimpinguando il “bilancio sociale” della funzione artistica? Inoltre c’è il problema della rendicontazione dei fondi , dove potrebbero esserci degli abusi; si potrebbero far gestire i fondi e i lavori dall’ente pubblico. Almeno bisogna parlarne. L’artbonus è senza dubbio una buona fonte di finanziamento, che è meglio avere che non avere, e che sul piano politico risponde a una necessità di immagine nella situazione di fangosa paralisi descritta sopra. Nulla vieta di usare l’art.bonus per finalità pubblicitarie, anche se fiscalmente non vi corrisponde una spesa di pubblicità, come nella sponsorizzazione. Ma alla fine le possibili scelte, se non vengono razionalizzate e discusse, si autoproducono a casaccio, secondo un confuso intreccio di tendenze diverse. Rispetto a questa riflessione su quale debba essere la funzione dei   beni culturali, rispetto al “conservazionismo”, al formalismo, alla valorizzazione, l’art.bonus è un diversivo, una figura “minore”, della burocratizzazione del settore, descritte ai parr.1-3. E’ sul piano sistematico della funzione dei beni culturali e di quella fiscale, l’artbonus vale come un episodio contingente (22 ).

Oltre i diversivi tributari: ripensare il conservazionismo burocratico.

I beni artistici e culturali sono troppi perché pubblici uffici possano valorizzarli tutti, anche attraverso l’art bonus, che sarà sempre indirizzato a pochi beni ad alto valore simbolico. Valorizzare vuol dire organizzare, non solo “conservare”. Organizzare vuol dire godere del bene, direttamente o come accessorio di altre attività, magari di soggiorno, di svago, di sport, di cultura. Tutto questo fino a che non si supera l’esoterismo magico con cui si circonda l’espressione “ma è antico”, faticherà a farsi strada. L’affidamento del bene artistico al privato, sotto controllo pubblico, sembra una bestemmia e una responsabilità che nessun funzionario si sente di correre. I beni pubblici vanno comunque visti come “oggetti da segregare”, eventualmente coi soldi dei privati. Il loro uso come albergo, ristorante, luogo di attrazione per attività ricreative e culturali, magari di strada o di circondario, di condominio, suscita ancora diffidenze ancestrali. Per le migliaia di ruderi, quadri, collezioni, chiese, palazzi, vicoli, mura, castelli, casali, sparsi nelle nostre città e nelle nostre campagne, tutto resta come sta. Basta uscire un attimo dal circuito turistico standard di Roma, fatto di Colossei, Pantheon, Musei vaticani, San Pietro e poco altro, per vedere i custodi stupiti quando si profila un visitatore. Ho fatto abbastanza il turista per accorgermene, dalla Villa dei Quintili, al museo d’arte romana davanti alla stazione, alla Galleria nazionale d’arte antica a via della Lungara(23 ), per non parlare del museo delle mura di porta san Sebastiano, del Ninfeo di Minerva Medica, del Sepolcro di Eurisace a Porta Maggiore, del museo della civiltà Romana o dell’Alto medioevo, il sito di Castrum Inui sul fiume Incastro a tor san Lorenzo. La creazione di miti che coinvolgano i luoghi oggi disertati dal turismo, non solo di massa, ma anche quello avventuroso, non passa per l’artbonus, ma per l’aggregazione di forze di base del territorio, come quelle descritte da Volpe. Il “pubblico ufficio” non ha infatti la capacità di costruire “luoghi di delizie”, attorno ai quali costruire un interesse. Di usare parole semplici, senza dilungarsi sui tecnicismi, come diceva Volpe, spiegando cos’è una “fibula” o un prostilo tetrastilo(24 ), di ricreare una ambientazione, una storia viva nella mente degli ascoltatori, con le affinità e le differenze rispetto ad oggi, che contestualizzi il bene culturale (25 ) oltre il tecnicismo degli addetti ai lavori, mostrando gli “stili di vita”, spiegando come le rovine si sono ridotte così, come la vita è continuata, come prima di passare alla fase dell’“antico” si sia attraversata la fase del “vecchio”, magari venendo usate come cava di pietra. Il tutto senza banalizzare, a costo di mettere un po’ in dubbio la nostra attuale sacralità per l’antico. In nome della quale è tutto vietato, per la suddetta malintesa  sacralità, che è il principale motivo per cui va tutto in malora, perché i soldi non basteranno mai a pareggiare il bene artistico come “valore assoluto”. Quindi si sprecheranno risorse in nome della sacralità dell’arte fino a che finiranno i soldi; a quel punto potrà andare in malora  anche il Colosseo. Se ogni volta che diciamo “privato” ci viene l’orticaria condanniamo alla burocratizzazione il settore dei beni culturali. Dietro l’espressione “privato” non c’è solo la “mercificazione” del bene culturale, ma anche il contadino tombarolo, l’anfora romana nel soggiorno professionista, il mercato del bucchero, l’erogatore di bustarelle per chiudere un occhio a pagamento. Insomma tutto un mondo di sospetti e timori che il funzionario pubblico cerca di esorcizzare, attaccandosi ai formalismi e trasformandosi senza neppure saperlo in burocrate (26 ). Anche in materia di beni storici si crea lo stesso circolo vizioso che pervade gli uffici tributari, coi loro divieti e obblighi assurdi, ma che proprio per questo nessuno rispetta, in una anarchia sostanziale, riportabile a un fantomatico “sistema”da parte delle istituzioni di settore. E’ un contesto dove tutto è vietato ma tutto è anche tollerato, entro limiti di buonsenso, purchè non si chiedano permessi(27 ). Così gli uffici pubblici si riservano un enorme potere di interdizione burocratica, che garantisce al tempo stesso il loro quieto vivere e le loro possibilità di ingerenza. E’ un potere che deve rimanere virtuale, in quanto altrimenti significa “lavoro” e responsabilità” in una parola “grane”. Gli uffici invece hanno il desiderio segreto di fare il meno possibile, e anche per questo sono diminuiti i “lavori in economia”, come dicevamo sopra a proposito dello svuotamento del modello gerarchico militare, cui si è accompagnato l’azzeramento delle capacità gestionali della macchina pubblica. Dove tra un po’ bisognerà fare una gara europea anche per cambiare una lampadina. Le belle iniziative pubblico-privato, come quelle descritte dal prof.Volpe, sono oggettivamente ostacolate da questo atteggiamento. Al di là delle belle esperienze, la deresponsabilizzazione e il potere si autoproducono, ma convengono. Il potere di interdizione può essere fatto pesare come una clava, con fastidi di ogni tipo, pesanti specie per chi ha qualcosa da perdere, cioè “gli osservanti”, chi vuole “stare a posto” e non sa come. Proprio verso costoro i burocrati assaporano il gusto di gestire il massimo del potere senza avere grane, mentre tutte le iniziative di canalizzazione di risorse private su beni artistici ne vengono condizionate. Ognuno gestisce il proprio giardinetto e riceve il proprio contentino sull’arte come sul fisco, nel malessere generale, in cui spiccano le iniziative coraggiose descritte nel convegno di Firenze. La pubblica opinione è insoddisfatta , ma ha altre mille cose da fare e il legislatore può usarne il malessere per promettere grandi riforme, e che nulla sarà più così(28 ); verrebbe voglia di non attendere la lenta disgregazione del patrimonio artistico, facendo“quod non fecerunt barbari”, trasformando tutto direttamente in materiale da costruzione o vendendolo a chi ci crede, come fece l’ISIS a Palmyra(29 ). Quest’impulso a levarsi  il dente una volta per tutte sta dietro il “buttiamole giù”, che mi diceva un archeologo, durante la visita alle mura aureliane, depresso per la mancanza di fondi. Dietro c’era la depressione per l’elusione del problema, il rifiuto di fare delle scelte, di ammettere che le risorse (pubbliche o private) sono limitate, la deresponsabilizzazione, gli equilibri perversi che alla fine si producono da soli. Distruggere alcuni beni culturali sarebbe paradossalmente meglio di una lenta agonia burocratica, dove nessuno si chiede, proprio perché “tutto è sacro” a cosa servono i beni culturali, e come entrano in un sistema di priorità, di valori relativi e interdipendenti. Ci si dovrebbe chiedere se per un monumento alla vittoria della prima guerra mondiale valga la pena di spendere i 150 mila euro per ristrutturarlo, messi sul sito dell’art bonus; non dico di buttarlo giù dico solo di non aver paura di discutere se certi possano essere fotografati, documentati (come esempio dell’arte degli anni trenta) e poi eliminati e amen, destinando le risorse ad altro. Perché tutte le funzioni pubbliche comportano simili priorità. Si potrebbe anche così parlare, senza preconcetti, di valorizzazione. Ci sarebbe qualcosa di male se si rimettessero in loco copie degli antichi arredi, delle ali per mostrare come potevano apparire e far immaginare le altre; si temerebbero le accuse di fare “Disneyland” se alcuni calchi del museo della civiltà romana (chiuso) fossero esibiti “in situ”, accanto alle pietre antiche? Queste ultime dopotutto  sono muri, non sono “sacre”, ma sacra è la memoria. Ci sarebbe da scandalizzarsi se nell’area della villa dei quintili dessimo dieci ville in concessione, con onere di manutenzione e di apertura al pubblico di un parco attrezzato di decine di ettari? C’è il timore del furto di qualche reperto? Ma non è forse proprio la visione sacrale del reperto a scatenarne  l’appropriazione esoterica da parte dei privati? Questi ultimi sarebbero felici di una condivisione catalogazione delle anfore e dei reperti etruschi, scavati dai tombaroli, ma detenuti in salotto. Una sinergia “pubblico privato” è anche far loro pagare un servizio di schedatura, dar loro una patente formale di autenticità, e poi farglieli pure tenere, ma a disposizione degli studiosi o per esibizioni temporanee E’ un modo per la costruzione della memoria, e del mito, senza la quale la conservazione del rudere non serve a nulla. Con queste “iniziative culturali”, dirette alla creazione di miti analoghi a quelli creati per l’ambiente, gli animali, la natura, Il fisco c’entra poco . Del resto la funzione tributaria, già ingessata dalla burocrazia in casa propria. E’ difficile che il suo aiuto sia determinante per una funzione artistico-culturale che non si sa aiutare da sola. Se non si salva l’arte dalla burocrazia, sarà difficile sostenerla con un fisco, anch’esso burocratizzato.

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Note  

1 ) Ad esempio in quest’ottica anche la difesa, la sicurezza, la giustizia, l’istruzione o la sanità sono “beni” pubblici.  

2 ) In senso economico, come indicato sopra, è “bene pubblico” l’istruzione, in senso giuridico è “bene pubblico” l’edificio scolastico, con una dialettica estensibile a tutte le funzioni pubbliche. Il fatto che si tratti di una funzione pubblica la colloca oggettivamente fuori dallo spettro applicativo degli “aiuti di stato”, talvolta agitato (a mio avviso fuori luogo, perché non vedo concorrenza tra Colosseo, Louvre e Partenone) nel dibattito.  

3 ) Non a caso è diffusa nella cultura popolare  una concezione avventurosa e romanzata dell’archeologia, da Schliemann alla maledizione di Tutankhamon a Indiana Jones.  

4 ) E dei “sogni”, secondo un filo conduttore di questo scritto.  

5 ) che sono la parte principale della realtà, come diceva Huizinga. Questo rischio di sacralizzazione oggettuale è invece molto minore altre funzioni pubbliche; nessuna persona di buonsenso confonderebbe  il bene istruzione con l’edificio scolastico, il bene sanità con l’ospedale, il bene giustizia col tribunale, etc.. Da questi esempi si capisce insomma che il bene è, quantomeno in senso economico, “la soddisfazione di un bisogno”, individuale e collettivo, non un oggetto materiale.  

6 ) Per cui nel medioevo si ricorreva anche alle armi.  

7 ) Come se ogni pezzo di muro “antico” fosse parte di un  “mito” , andando considerato in modo sacrale. Come se il “muro manipolato dagli antichi”, fosse un loro messaggio in codice, che ci fa partecipi di una società scomparsa, ma con qualcosa in comune con la nostra; si potrebbe riprendere il mito dell’antico riflettendo che a rigore tutta la materia è “antica” e noi stessi siamo fondatamente riaggregazioni di materia esistente dall’inizio del tempo, da un infinito passato, verso un infinito futuro, visto che “tutto si trasforma”, ma si tratta di vezzosi interrogativi filosofici.  

8 ) Lupi, Società diritto e tributi, Milano 2005, scaricabile in rete, par. 11.  

9 ) Come avviene tra “lotta all’evasione” e “cooperazione coi contribuenti”.  

10 ) Cioè il bisogno di memoria, di radici, di fascino, tutti aspetti del “bisogno di senso”, che non viene meno con il graduale sgretolarsi dei collanti religioso-nazionalistici. Le radici, grazie alle quali nel medioevo ci si considerava, “nani sulle spalle di giganti” contribuiscono a questa istintiva sacralizzazione.  

11 ) In cui la coesione non è incentrata su poche idee totalitarie, siano esse religiose, ideologico-politiche, nazionalistiche o consumistiche, ma dipenda da una pluralità di fattori tra loro interconnessi e non imposti.  

12 ) come abbiamo visto in un convegno con Lorenzo Casini all’IMT di Lucca, la collezione vale perché “interessa”, e finchè interessa; quando non interessa più al collezionista, gli enti pubblici vedono solo problemi burocratici, hanno perso l’interesse, e nessuno sente più il fascino della collezione. Che rischia così di passare alla vendita al rigattiere, o alla discarica. Anche qui il bene culturale è visto più come un problema che come un’opportunità.  

13 ) Alcuni dati dei visitatori, su cui si dovrebbe soffermare il Prin, sono ad esempio riportati in AAVV a cura di Tidore, Città mediterranee nello spazio globale,  Franco Angeli 2013 , pag.127. Se si tiene conto dei costi di sorveglianza, pulizia, energia, piccola manutenzione, ci si rende conto dello squilibrio economico anche di luoghi di grande richiamo.  

14 ) Giustificata, sul piano della determinazione della ricchezza, dai loro più elevati costi di manutenzione e gestione.  

15 ) Ho pubblicato anche su dialoghi tributari un caso di “affitti brevi” di camere in un immobile storico adibito ad albergo, con relativo sito internet, e che aveva formalmente titolo alle determinazioni catastali.  

16 ) Non mi dire che problema!.  

17 ) Eventualmente gestibile attraverso la cedibilità ad altri contribuenti dell’art bonus del non residente.  

18 ) Penso ad esempio a una missione archeologica, ma il discorso andrebbe approfondito.  

19 ) che si collocano nel mondo tributario  

20 ) Ad esempio la corretta determinazione del limite del 5 per mille dei ricavi, come la corretta determinazione di questi ultimi, compete all’agenzia delle entrate.   

21 ) Al limite musei privati.  

22 ) Come potrebbero essere in materia tributaria il precompilato, le società di comodo, l’ACE o il patent box, cioè questioni contingenti, tanto contorte quanto prive di impatto sistematico .  

23 ) Quando entra qualcuno i custodi attoniti dicono “toh, ma chi sarà”, peggio di un convegno di tributaristi senza crediti formativi.  

24 ) Anche nell’arte, la semplificazione del linguaggio può mettere allo scoperto il vuoto culturale (vedi la “scientificità esteriore del paragrafo 4.3 di Diritto amministrativo dei tributi).  

25 ) Ad esempio coi dati sociali dell’antichità, che aiutino a capire il modo di pensare della massa, o delle elites che produssero il “bene artistico”.  

26) raccontati, proprio per la soprintendenza,  in Caviglia, Storia di un locale sfitto, Rubbettino, 2016, segnalatomi da Lorendana Giani, ordinario di diritto amministrativo specializzata in urbanistica, con tutto il seguito di Dia, Scia, e ammennicoli vari.  

27 ) E’ la logica del “lei lo faccia” ma se me lo chiede le rispondo di no, perché una legge me lo permetterà sempre, e quindi gli uffici tengono per definizione tutte le controparti per il collo, per non dire di peggio, come indicato anche nel testo.  

28 ) E’ la stessa paralisi che si è creata sulla funzione tributaria, anch’essa svuotata di senso.  

29 ) la vendita a collezionisti denarosi e la distruzione del resto sono l’apoteosi del trionfo di una accezione barbara di “mercato”.